Stress e prevenzione del rischio cardiaco negli obesi

È abbastanza noto che l’obesità induca nell’uomo una serie di rischi come l’ipertensione, il diabete, la fibrillazione atriale, la malattia cardiovascolare, lo scompenso cardiaco congestizio, la morte improvvisa, etc. Molti di questo rischi sono collegati allo stress. Una buona notizia viene da un recente studio giapponese (Narisada e coll., 2017) pubblcato sulla rivista scientifica Obesity & Weight Loss Therapy, che ha dimostrato come nel giro di tre mesi sia possibile abbassare il rischio cardiaco in soggetti obesi.

L’obesità aumenta il rischio di patologie cardiache

L’impatto negativo dell’obesità sul sistema cardiovascolare si esplica a diversi livelli: sulla dinamica della circolazione sanguigna, attraverso cambiamenti strutturali e funzionali cardiaci e infine attraverso lo scompenso cardiaco. Sia un elevato indice di massa corporea (indice di sovrappeso e di obesità) che l’elevata pressione sanguigna nella mezza età sono tra i precursori dell’aumentato rischio di scompenso cardiaco in età avanzata (Kenchaiah & Chesebro, 2017; Halldin, 2017). Anche il fumare e il più alto colesterolo totale aumentano il rischio di patologia cardiaca.

Stress e rischio cardiaco

Lo stress influisce sulle funzioni della dinamica cardiovascolare attraverso il sistema nervoso autonomo. Queste funzioni vengono valutate attraverso dei parametri cardiaci, come la variabilità della frequenza cardiaca o anche il recupero della frequenza cardiaca. Precedenti studi hanno dimostrato che una bassa variabilità della frequenza cardiaca e un ridotto recupero della frequenza cardiaca sono efficaci indicatori di una negativa funzione autonomica. Si ritrovano infatti in soggetti obesi (Windham e coll., 2012) e in soggetti a rischio di malattia coronarica (Yurtdas e coll., 2017). Questi indicatori al contrario aumentano quando gli obesi iniziano a perdere peso (de Jonge e coll., 2010; Wasmund e coll., 2011).

La riduzione dello stress previene il rischio cardiaco

Lo studio giapponese succitato ha dimostrato che allenarsi per almeno tre mesi con una tecnica autogena è in grado di avere effetti benefici soprattutto sul recupero della frequenza cardiaca, che tende infatti ad aumentare. Questo studio è particolarmente importante in quanto già altri studi hanno dimostrato come questo parametro sia un importante indicatore di diabete mellito di tipo 2 e della prognosi delle malattie cardiovascolari.

 

(a cura di Walter Orrù)