Glossario

“Glossario bionomico-autogeno”

“Termini o frasi di uso comune in psicoterapia bionomico-autogena”

a cura di Walter Orrù

Sono di seguito elencati i termini maggiormente utilizzati in contesti bionomico-autogeni, con lo scopo di darne una breve e sintetica definizione.

Il glossario è in aggiornamento continuo.

ABCDEILMOPRS T

A

Adattamento

L’adattamento è qualcosa di intrinseco e innato all’organismo che deriva da almeno tre principi bionomici fondamentali: la processualità, la dinamicità e l’autoergia. Esiste negli esseri viventi un’attività autonoma, che si muove incessantemente dall’interno verso l’esterno e che risponde al principio di dinamicità. Tutto questo dinamismo favorisce notevoli possibilità di autocorrezione. Pertanto la capacità di adattamento dell’organismo si basa sull’immensa possibilità di autoregolazione insita negli organismi.

Autoergia

Sesto principio bionomico per cui ogni essere vivente è sempre caratterizzato da una capacità di regolazione, di adattamento, di auto-organizzazione e di movimento interiore autonomo che si manifesta e si sviluppa nel confronto con l’ambiente. Questa capacità intrinseca e innata nell’individuo è stata chiamata da Wilhelm Roux (1912) “autoergia”. Tale caratteristica si evidenzia anche nell’autocontrollo, nella capacità di elaborare le esperienze e nella regolazione dei processi di terapia e di difesa.

Autoregolazione

Il concetto di autoregolazione nasce dal divenire continuo e senza sosta ed è pertanto basato sulla capacità di sviluppare continuamente ed attivamente delle autocorrezioni. Le macchine, invece, che sono passive, non hanno questa possibilità intrinseca. Il concetto di autoregolazione è alla base dello sviluppo dell’adattamento. Si tratta di un processo innato di autogestione dell’organismo che fa mantenere al soggetto un equilibrio omeostatico tra varie parti di esso (conscio e inconscio, corpo e mente, mondo interno e mondo esterno, etc.). Tali processi autoregolativi sono caratterizzati fin dai primi momenti della vita anche da periodicità e ritmicità. In questi cicli sono coinvolte anche le relazioni che l’organismo vivente costruisce con i propri simili. In linea con l’ottavo principio bionomico, la coerenza con il contesto, e con la legge bionomica dell’impressione-espressione (vedi), un organismo vivente può costituire insieme ad altri organismi delle relazioni caratterizzate dall’autoregolazione, in cui i rispettivi sistemi omeostatici sono collegati in modo tale da costituire un qualcosa di nuovo, di originale (Schultz, 1955). L’autoregolazione è rivolta a un fine. Essa è inserita cioè nell’ordine bionomico. È pertanto rivolta all’autorealizzazione dell’organismo. Sono collegati ad essa i fenomeni di compensazione e di complementaretà descritti dalla psicologia analitica.

Autosenso

Il nono principio bionomico afferma in maniera più marcata la specificità dell’essere vivente. Esso sottolinea infatti come ogni essere vivente sia dotato di un’autoattività pregna e densa di valore che è denominata autosenso. Quindi l’autosenso corrisponde, da un punto di vista bionomico, al giusto valore proprio di ogni essere umano. Se nella sua specificità ogni essere vivente rappresenta un percorso che deve essere completato, l’organizzazione di tale percorso dimostra il senso proprio dell’essere vivente. Quest’ultimo principio avvicina la teoria bionomica ad altri approcci umanistici come quello di Carl Gustav Jung, di Viktor Frankl, di Abraham Maslow o di Carl Rogers.

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B

Bionomia

Da “bios”, vita e “nomos”, legge, norma, bionomia significa essere in linea, coerenza con le leggi della vita. I nove principi fondanti della concezione bionomica della vita sono vere e proprie leggi che regolano la vita. La psicoterapia bionomica è una psicoterapia che non può prescindere da un funzionamento della vita secondo le sue leggi.

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C

Cambiamento bionomico-autogeno

Il processo di cambiamento in senso bionomico-autogeno è evolutivo ed epigenetico, e corrisponde psicologicamente al processo rituale archetipico di iniziazione dell’ambito antropologico-simbolico-collettivo. Infatti l’esecuzione degli esercizi proposta da Schultz (1966) determina nell’interiorità del soggetto l’accesso a un cambiamento caratterizzato da tre diversi processi in continuazione dinamica l’uno con l’altro: il processo di cambiamento relativo ai preliminari del training autogeno, quello relativo agli esercizi standard e quello relativo agli esercizi superiori. L’accesso consapevole a ciascun processo interiore di trasformazione conduce il soggetto a cambiare e a crescere per effetto della slatentizzazione progressiva di engrammi inconsci, attivati e slatentizzati dallo stato autogeno. Si tratta di immagini engrammatiche/archetipiche appartenenti al piano di vita del soggetto, e in quanto tali esistenti fin dalla nascita, memorizzate in stato latente nella mneme (Semon, 1908, 1912; Schultz, 1955; Schacter, 1982; Orrù, 2013), che possono venire alla coscienza per effetto della presa di coscienza autogena e del lavoro di elaborazione analitica e simbolica dei vissuti autogeni. La consapevolezza attuata lungo questi tre diversi processi (quello relativo ai preliminari, quello relativo al training autogeno di base e quello relativo al training autogeno superiore) sembra configurare un percorso naturale evolutivo autogeno di crescita del soggetto che esiste allo stato latente nelle immagini engrammatiche/archetipiche inconsce del soggetto.

Coerenza con il contesto

L’ottavo principio bionomico definisce i rapporti degli esseri viventi con l’ambiente. Si intende che ogni essere vivente non ha soltanto una forma di per sé, ma che viene anche determinato in maniera decisiva dal suo rapporto con l’ambiente. Nel fondare la vita e gli esseri viventi anche su questo ottavo principio, Schultz si rifà alle idee di Jakob von Uexkull (1928). Da Von Uexkull deriva l’idea dell’indissolubile legame dell’individuo con l’ambiente sociale collegandola all’idea dell’unità originaria io-ambiente definita come coerenza senza soluzioni di continuità dei comportamenti dell’individuo con l’ambiente interiore e con l’ambiente circostante. Sono connesse a questo principio anche la “legge generale di lotta” e la “legge dell’impressione/espressione” (Schultz, 1955). Tale principio ha influenze importanti sulla costruzione delle relazioni affettive ed in particolare in ambito psicoterapeutico sulla costruzione del “Noi terapeutico” e sui concetti di “transfert” e di “controtransfert” (Schultz, 1955).

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Concentrazione passiva

La concentrazione passiva è il tipo di concentrazione raccomandata da Schultz (1932) per il training autogeno. Nelle parole di Schultz è una concentrazione in cui bisogna “astenersi da qualsiasi movimento volontario, limitandosi soltanto a ‘pensare’. Bisogna cercare di assumere un atteggiamento psichico concentrativo e limitarsi unicamente ad immaginare ciò che l’esercizio ci propone; non si tratta di fare qualcosa con il braccio, ma di realizzare una rappresentazione psichica, un lavoro mentale astratto” … Non bisogna assolutamente cercare di imporsi, volere sopprimere attivamente queste idee; bisogna invece cercare di ‘trattenersi’ il più possibile legati all’immaginazione della formula. Un atteggiamento attivo della volontà impedirebbe ‘in statu nascendi’, la realizzazione degli esercizi stessi … Ciò che si rende indispensabile è un atteggiamento di lasciar accadere. Come si vede la descrizione data da Schultz sottolinea soprattutto l’importanza dell’assenza dello sforzo di volontà nella concentrazione sulle formule autogene. Mentre appare più precisa e completa la definizione proposta da Luthe (1970), peraltro assai utile sul piano empirico che la considera come “un complesso processo mentale costituito in gran parte a) della ripetizione mentale di formule autogene, b) dalla creazione e dal mantenimento del contatto mentale con le zone corporee associate alla formula (o delle associazioni connesse alla formula), c) dalla sincronizzazione, d) dal cambiamento delle formule ed e) dallo spostamento del contatto mentale collegato alla formula (o alle associazioni correlate alla formula). Questo processo mentale di ‘concentrazione passiva’ è stato considerato essere basato su un atteggiamento casuale e rilassato che coinvolge sforzi minimi o nessun sforzo volontaristico orientato all’obiettivo nel senso di sforzo energico e di controllo attivo che produce tensione nelle funzioni che portano al risultato desiderato.

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D

Deviazione bionomica ed antibionomica

Nella teoria della patologia bionomico-autogena s’intende per patologia un atteggiamento o una reazione erronea abionomica o antibionomica dell’intero organismo, nella cui genesi è di significato decisivo il fattore psichico. In “Psicoterapia Bionomica” del 1951 Schultz afferma: “L’atteggiamento errato della nevrosi è sempre a- o anti-bionomico. Esso è sempre in contrasto con le leggi proprie della vita. È sempre in qualche modo distruttivo per la vita. Esso è sempre regolato contro il senso della vita, è ostile al senso della vita, se (però, aggiunge sempre Schultz) si considera la vita del paziente nel suo insieme con le sue potenzialità interiori” (1951). Il valore rivestito da una certa parte dell’inconscio, quella cioè detentrice delle potenzialità interiori, come parte più autenticamente individuante per il soggetto è fondamentale per la vita dell’individuo e quando viene ostacolata nella sua libera espressione essa è all’origine di nevrosi. Quindi quando parliamo di bionomia dobbiamo considerare la persona nel suo insieme di aspetti consci e inconsci e le potenzialità interiori a cui ci si riferisce in psicoterapia bionomica rappresentano qualcosa di realmente esistente che va preso in considerazione sul piano diagnostico e terapeutico. È evidente in questo caso il riferimento diretto ai valori esistenziali dell’individuo.

Dinamicità

Il quinto principio bionomico, il principio di dinamicità, è molto vicino a quello di processualità. Secondo tale principio nella vita è compresa una concezione dinamica dei processi vitali che considera la vita come un flusso dinamicamente oscillante. Tale principio fu ispirato principalmente da Von Bertalanffy (1937). Le caratteristiche di tale principio dinamico sono: a) la possibilità degli organismi viventi di effettuare scambi con l’esterno; b) lo stato di equilibrio dinamico, denominato stato di equilibrio transitorio (steady state), che consente un ambiente interno costante, ma in equilibrio dinamico per lo scambio ed il flusso di componenti materiali con l’esterno; c) l’equifinalità; d) l’omeostasi ed i processi di autoregolazione; e) la crescita e la maturazione; f) la plasmabilità e l’adattamento. Un organismo vivente è uno scambio continuo di componenti di materia e di energia rispetto all’ambiente esterno. Questo scambio dinamico comprende l’immissione e l’emissione dei vari elementi componenti, ma anche la loro costruzione e la loro distruzione. È insito nel principio della dinamicità il concetto di omeostasi.

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E

Ecforia

Con ecforia di un engramma Semon (1908, 1912) vuole intendere un processo mnemico per cui avviene il trasferimento di un engramma dalla sua condizione latente alla sua condizione manifesta o, in altri termini, l’attivazione di una disposizione all’eccitazione, che è rimasta nell’organismo come modificazione abitualmente latente. La portata di tali implicazioni sono oggi in fase di approfondimento soprattutto alla luce delle ricerche e delle scoperte scientifiche di questi ultimi cinquant’anni sulla memoria (Schacter, 1982, 2001), che sembrano evidenziare stretti legami tra la mneme e gli stati di coscienza e la mneme e lo stato di coscienza autogeno (Schredl e Doll, 1997).

Engrafia

Concetto coniato da Semon (1908, 1912) che intese con engrafia o effetto engrafico la codifica dell’informazione nella memoria proprio perché lo stimolo produce un effetto incidendosi o inscrivendosi nella sostanza organica. Il cambiamento sia psichico che fisico che si ha nella sostanza organica per effetto degli stimoli e per cui essa conserva gli effetti nel tempo viene chiamata da Semon engramma (vedi).

Engramma

Si tratta di una modificazione permanente della sostanza cerebrale avvenuta per l’effetto engrafico di registrazione. In seguito a questo l’engramma resta in una fase di latenza per cui l’organismo sembra apparentemente come prima. In realtà l’organismo è cambiato ed ha in sé una nuova potenzialità allo stato latente, capace di rispondere a stimoli opportuni, proprio quelli che ne hanno determinato l’incisione. Secondo Semon l’engramma può restare in questo stato di latenza per molto tempo, anche addiritura nella vita della specie da una generazione ad un’altra e venire richiamato o riattivato dallo stimolo appropriato. Come ha meglio precisato Jung (1967), possiamo considerare l’engramma come una condensazione o un precipitato mnesico che si è costituito mediante l’agglomerarsi o il condensarsi di innumerevoli processi simili fra di loro. Si tratta cioè di un sedimento mnestico e con ciò di una forma fondamentale tipica di una determinata esperienza psichica vissuta e che sempre si ripresenta. Diversamente da Semon, Jung preferisce chiamarlo archetipo, a evidenziarne aspetti non soltanto mnestici.

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I

Inconscio somatico

Inconscio di tipo prevalentemente somatico appartenente alla mneme da cui si slatentizzano i vissuti somatopsichici del training autogeno standard. Tali vissuti sembrano appartenere almeno in parte ad engrammi innati della memoria inconscia dell’organismo, acquisiti dalle generazioni passate e trasmessi via via alla progenie e, come si è detto, sembrano emergere nelle immagini somatiche e psichiche dei vissuti del training autogeno così come anche nelle immagini dei sogni. In altre parole la mneme risulta essere un contenitore di immagini primordiali di tipo archetipico, come per esempio, per quanto ci riguarda, quelle della pesantezza e del calore o ancora del cuore, che verrebbero via via slatentizzate nel corso dello sviluppo e costituirebbero dei veri e propri organizzatori evolutivi in senso epigenetico. Pertanto, per le considerazioni suddette, in particolare per gli effetti delle immagini inconsce provenienti dalla mneme, il concetto di immagine corporea schultziana tende a sovrapporsi e a corrispondere a quello di inconscio somatico prospettato da Jung (1988) nei “Seminari su Lo Zarathustra di Nietzsche”. In tal senso nella complessità della struttura dinamica della personalità organismica bionomica dobbiamo includere, oltre a un conscio psichico e un conscio somatico, anche un inconscio psichico e un inconscio somatico, questi due ultimi fonte inesauribile non solo di immagini-simbolo innate provenienti dalla specie e dalla specificità dell’individuo, ma anche di immagini primordiali acquisite provenienti dalle fasi più arcaiche della vita dell’individuo.

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L

Legge generale di lotta

La legge generale della lotta, origina da un principio più volte affermato da Schultz: “Tutto ciò che vive si autoafferma” (1955). Secondo tale principio l’individuo fin dai primi momenti della sua vita lotta per realizzare e per affermare se stesso. Egli affronta la vita spinto dalle sue potenzialità intrinseche per renderle effettive attraverso l’espressione del suo piano di vita. Per spiegare meglio questi concetti, Schultz utilizzò fin dal 1919 una metafora assai efficace, la metafora delle bolle di sapone. Egli dice che se immergiamo una cannuccia in un bicchiere di acqua saponata e soffiamo nell’aria, verranno fuori delle bolle di sapone perfettamente sferiche. Ma se immergiamo la stessa cannuccia appena sotto il confine tra l’acqua saponata e l’aria e poi soffiamo, lì si formeranno delle bolle di sapone poligonali che aspirano ad essere sferiche, ma che a causa della presenza delle altre bolle saranno poligonali. È evidente il paragone tra la bolla e la personalità bionomica.

Legge dell’impressione/espressione

La legge della impressione/espressione (Schutz, 1955) è un’altra legge bionomica fondamentale. Essa afferma che tra due individui, per esempio tra un terapeuta ed un paziente, fin dal momento del loro primo incontro si crea un gioco reciproco di impressioni ed espressioni emotive per cui l’es-pressione di uno causa una specifica im-pressione (Ein-druck) nell’altro. Questa impressione a sua volta influisce sull’es-pressione (Aus-druck) verso l’altro ed in questa maniera si sviluppa un inevitabile gioco alterno e dinamico di viavai fra interno dell’individuo ed esterno di esso che porta alla costituzione della risonanza empatica o di altri fenomeni psicologici come la cosiddetta formazione del Noi.

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M

Mneme

La mneme occupa un posto centrale nella teoria bionomica della motivazione di Schultz (1955). Essa costituisce una delle tre motivazioni indifferenziate insieme all’espressione ed al piacere della funzione (Funktionlust), e cioè un bisogno senza orientamento specifico, non indirizzato. La mneme è la capacità di un organismo di registrare e conservare anche inconsciamente gli effetti dello stimolo e di interagire quindi con il proprio ambiente sulla base di tale esperienza conservata. Tale concetto venne elaborato tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900 a partire dal concetto di memoria dell’organico sviluppato da un neurofisiologo tedesco, Ewald Hering (1870), che indusse un professore universitario a Jena, Richard Semon (1908, 1912), a coniare un nuovo termine, mneme per l’appunto, che riassumeva in sé una nuova concezione della memoria, sia di tipo fisico che di tipo psichico, oltre che i nuovi concetti di engrafia (vedi), engramma (vedi) ed ecforia (vedi). Secondo tali autori i dati acquisiti dall’ambiente attraverso questo tipo di memoria possono essere trasmessi anche ai propri figli. Si può realizzare così secondo l’autore la possibilità di un doppio tipo di eredità: la “grande eredità” che avviene attraverso i geni e la “piccola eredità” che avviene attraverso la mneme. Se quindi la memoria umana cosciente si estingue normalmente con la morte, la mneme che è inconscia e che è trasmissibile alla propria progenie non viene persa ma viene conservata costantemente per sempre, soprattutto quelle tracce mnestiche che su di essa sono state lasciate da esperienze particolarmente forti e ripetute sistematicamente.

Metodo bionomico combinato

  Metodo psicoterapeutico bionomico-autogeno in gruppo elaborato da Herwig Sausgruber e da Carla Speziale (2007, 2014) in cui gli autori integrano il training autogeno di gruppo all’analisi dei sogni mediante libere associazioni ed amplificazione all’interno della cornice teorica bionomica.

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O

Obiettivi della psicoterapia bionomico-autogena

Gli obiettivi generali della psicoterapia bionomico-autogena sono non solo psicofisiologici, ma si spingono verso dimensioni più avanzate di tipo psicologico analitico e psicodinamico a comprendere non soltanto il raggiungimento dell’autoregolazione autogena degli affetti e delle funzioni neurovegetative dell’individuo, attraverso la concentrazione psichica passiva e l’accettazione passiva, e quindi più in generale attraverso lo stato autogeno, ma pure l’espansione del campo di coscienza, e l’accesso quindi a un processo evolutivo epigenetico di trasformazione e ad un percorso di realizzazione del piano di vita del soggetto. Gli obiettivi non sono mirati primariamente all’eliminazione dei sintomi, ma al cambiamento della struttura di personalità. Attraverso la scoperta del senso inconscio delle immagini autogene provenienti dagli engrammi della mneme e attuata attraverso l’analisi simbolica (Widmann, 2000, 2004, 2005), il soggetto perviene all’individuazione del piano e alla modificazione delle dinamiche intrastrutturali.

Omeostasi

Il concetto di omeostasi fa parte del quinto principio bionomico. Si tratta dell’insieme di tutti i processi regolatori che mantengono costanti certe variabili nell’organismo vivente e lo dirigono verso un fine; questi processi regolatori sono governati da meccanismi di feedback. La teoria dell’omeostasi non è comunque la teoria della quiete, dove parlando semplicemente di eliminare la tensione, essa implica che la condizione ottimale si verifichi a tensione zero (Maslow, 1962). Nella teoria dell’omeostasi adottata nella psicoterapia bionomica, omeostasi non significa affatto giungere a zero, ma a un livello ottimale. Il che vuol dire che se talvolta la tensione scende, altre volte invece sale, e tale crescita può essere all’origine del movimento verso un fine. In tal caso la tensione o lo stress (come viene chiamato oggi) che ne consegue ha una valore positivo in quanto spinge l’individuo verso obiettivi di crescita e di maturazione. L’omeostasi è quindi strettamente dipendente dai meccanismi di autoregolazione, che a loro volta sono presenti fin dalla nascita per indirizzare l’organismo verso l’autorealizzazione.

Organismo

Il concetto di organismo di Schultz (1951) è sovrapponibile in tutto e per tutto a quello di Goldstein (1934). In tale concetto i processi psicologici e i processi somatici sono determinati dalle stesse leggi; questo accade non per il fatto che le leggi sono uguali in due differenti campi, quello psichico e quello somatico, ma perché tali leggi sono leggi del funzionamento dell’organismo come una totalità. Perciò, afferma Goldstein (1934), “quando parliamo di fenomeni psicologici o fisiologici dovrebbe esserci chiaro fin dall’inizio che queste parole rappresentano solo un’imperfetta descrizione dei fatti, che esse si riferiscono solo alle “figure” nel processo attuale dell’intero organismo. Esse rappresentano dei dati che possono essere valutati nella loro importanza per il comportamento dell’individuo solo quando li consideriamo nella loro appartenenza funzionale all’attuale organizzazione e attività dell’intero organismo”.

Ordine

Secondo principio generale della concezione bionomica della vita, ispirato in piccola parte da Von Bertalanffy e in gran parte dalla teoria dell’ordine di Rothschuh. Per ordine si intende la modalità con cui sono collegati gli avvenimenti della vita. Qualunque avvenimento è quindi collegato ad un altro secondo due modalità specifiche, che vengono definite causale e bionomica. Entrambe le modalità di ordine presentano delle caratteristiche specifiche, ma che si integrano perfettamente senza ostacolarsi. La modalità causale di ordine segue le leggi della logica razionale. Esso è presente peraltro anche nel mondo inorganico. Ma se nel mondo inorganico è presente solo questo tipo di ordine, nel mondo organico è presente anche l’ordine bionomico, che per questo risulta peculiare della vita. La modalità bionomica di ordine ha delle caratteristiche particolari che influenzano anche il concetto di struttura. Infatti le strutture viventi presentano questo ordine fin dall’origine della vita. Caratteristica dell’ordine bionomico è inoltre il fatto che in tutte le strutture viventi sia contenuto un piano di vita multifasico, che è autogeno in quanto l’ordine bionomico è conforme al piano e allo sviluppo del piano. In altre parole, l’autogenia è il fatto che quel dato fenomeno vitale sia inserito all’interno di una sequenza di avvenimenti (ordine bionomico) che non è casuale, ma mirata alla realizzazione del piano.

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P

Personalità bionomica

La personalità viene intesa in ambito bionomico-autogeno come un flusso dinamicamente oscillante, caratterizzata da funzioni dinamiche, le funzioni lente (gli organi) e le funzioni rapide (le funzioni psichiche) (Schultz, 1951, 1955; Orrù, 2013). Gli organi sono quindi delle concentrazioni di forze plasmanti, dei centri di forza (ma con una forma), degli addensamenti dinamici. La personalità bionomica è pertanto organismica e stratificata (Schultz, 1951; Orrù, 2013). Essa è soggetta e caratterizzata da tutti gli aspetti connessi ai nove principi bionomici che la plasmano e la identificano. Un punto fondamentale che riguarda la personalità bionomica è il modo in cui sono collegati i suoi comportamenti, i suoi processi sia biologici che psicologici. È infatti possibile riconoscere due tipi di collegamento: uno di tipo logico-causale e uno di tipo bionomico, armonicamente compenetrati ed integrati tra di loro. L’ordine bionomico prevede la presenza nella personalità fin dalla nascita di un piano di vita che organizza lo sviluppo e la crescita dell’individuo e che ha insite in sé tutte le potenzialità autorealizzative del soggetto (autoplasmanti ed autocreative). Qualunque comportamento o atteggiamento della personalità è inserito all’interno di un processo che è in movimento con una direzione ben precisa, la crescita verso l’autorealizzazione. Questo significa quindi che tale movimento processuale non è fine a se stesso, ma ha un senso innato rivolto al futuro (Schultz, 1951, 1955; Orrù, 2007, 2013).

Piano di vita

Il piano di vita è un rapporto particolare che esiste fra i vari elementi di quell’evento, che porta a una struttura dinamica di tipo totalitario-unitario. È pertanto un elemento integratore unitario dei dati biologici e psichici e diventa noto nel momento in cui determinati processi si ripetono secondo una determinata successione. Un’altra caratteristica degli avvenimenti bionomici legata al piano di vita è che sono determinati e necessari. Non sono cioè liberi, ma ancorati alle leggi della vita. Il funzionamento degli organismi viventi e le stesse interazioni tra strutture viventi sono pertanto soggetti alle leggi suddette, e cioè ai vari principi vitali enunciati. Un’ultima caratteristica dell’ordine bionomico è il fatto di arrivare a coinvolgere anche l’aspetto esterno della vita e la modalità di espressione del senso della vita. Gli aspetti più esterni degli eventi della vita, l’esteriorità degli organismi sono anch’essi impregnati di bionomia. Come vedremo più avanti, l’esteriorità nasce processualmente a partire dall’interiorità ed è condizionata anche dall’ordine bionomico e quindi dall’aderenza alle sue leggi. Due concetti importanti collegati al concetto di ordine bionomico sono quelli di conformità al piano e di relazione di piano. Il primo esprime il concetto di quanto quel determinato fenomeno sia in linea con il piano di vita. Il secondo concetto evidenzia il tipo di legame esistente tra un evento determinato e il piano di vita.

Processualità

La processualità è il quarto dei nove principi bionomici. Tale principio è caratterizzato da diversi aspetti tra cui il suo riferimento al futuro, il decorso ritmico, la capacità di variabilità e la direzione dotata di senso verso l’autoconservazione e la conservazione della specie. Tale concetto viene preso quasi interamente da Alverdes, un’etologo tedesco che sottolinea come la vita sia caratterizzata da una concezione processuale globale, un divenire continuo attraverso il tempo da un inizio ad una fine, in cui l’inizio si riferisce già al centro e alla fine e la stessa fine si ricollega ancora con l’inizio ed il centro stesso. Essere dotati di processualità significa quindi essere sempre in movimento con una direzione ben precisa, quella dall’interno verso l’esterno. Significa inoltre che tale movimento processuale non è fine a se stesso, ma ha un senso innato rivolto al futuro. Pertanto tutti gli esseri viventi mostrano comportamenti e funzioni che sono sempre finalizzati a qualcosa di futuro. Nel formulare tale principio, viene delineato inoltre lo sviluppo di altri due concetti fondamentali per la vita: il concetto di autoregolazione e il concetto di adattamento.

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R

Reagibilità

Settimo principio bionomico caratterizzante la vita e quindi tutti gli esseri viventi è quello che viene definito come capacità intrinseca a reagire, come suscettibilità e come sensitività. Il corrispondente psichico della reagibilità e della sensitività è la “disponibilità interiore”. Fu Von Bertalanffy (1937) ad affermare l’idea che l’organismo sia da considerare primariamente come un sistema reagente uniforme e dinamico, un sistema intrinsecamente attivo, anche senza l’intervento di stimoli esterni . Come si è già detto, uno stimolo modifica dei processi in un sistema dotato di una sua attività autonoma. Per Schultz (1955), la reagibilità è all’origine nello psichico della “comprensione”, cioè di quella parte della ragione che è ben distinta dall’intelletto (in cui operano soltanto meccanismi concettuali astratti). Infatti per effetto della reagibilità l’individuo percepisce se stesso e l’ambiente circostante ed è a partire da questa percezione che l’auto-organizzazione bionomica può diventare “comprensione”, nella quale, rispetto all’intelletto, sono invece coinvolte anche altre reazioni primordiali, sostanzialmente più profonde.

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S

Stratificazione organismica

La stratificazione degli esseri viventi dipende dalla sovrapposizione di “strati” superiori che via via assumono il ruolo di parti principali, componenti cioè che regolano e dominano il comportamento dell’organismo (Von Bertalanffy, 1937). Il processo che conduce l’organismo vivente verso la stratificazione e la differenziazione di parti principali è la meccanizzazione. Se tale processo agisce in una certa quantità, l’effetto finale mantiene comunque le caratteristiche suddette di unità, di totalità, di integrazione, dinamicità, fluidità e di equilibrio, ma se tale processo viene spinto alle sue estreme conseguenze ne derivano condizioni di rigidità, di fissità, di patologia del sistema. Da queste condizioni possano formarsi circoli anomali o deviati di eventi, abionomici o antibionomici.

Struttura

Primo principio bionomico per cui la vita presenta una struttura ordinata in livelli o strati o stadi, è conforme al piano, e mantiene, nonostante la stratificazione, un’autoconformazione unitaria e una regolarità anche quando presenta delle irregolarità. Nella proposizione di tale principio, la psicologia bionomica si è ispirata principalmente al concetto di sistema di von Bertalanffy (1932, 1937). Infatti per Von Bertalanffy la vita ha una struttura con una conformazione unitaria ben definita. Ma gli organismi viventi non hanno delle strutture fisse, come accade per le macchine; si tratta invece di strutture dinamiche in perenne movimento, veri e propri sistemi in continuo scambio con l’ambiente. Questa struttura della vita ha quindi le caratteristiche di un sistema; ma non solo, è dinamica e processuale in quanto è aperta agli scambi con l’esterno ed in continuo movimento sia interno che esterno. Si mantiene inoltre in uno stato di equilibrio, denominato “stato di equilibrio transitorio” (steady state), nel quale rimane costante ma, contrariamente agli equilibri convenzionali, questa costanza è mantenuta da un continuo scambio e flusso dinamico di componenti materiali. Come si è detto in precedenza, un altro aspetto della condizione di equilibrio transitorio è l'”equifinalità” (von Bertalanffy, 1970); in tale struttura dinamica si può cioè, anche partendo da condizioni iniziali diverse e seguendo strade diverse, arrivare sempre allo stesso stato finale. Per raggiungere lo stesso fine esistono molte strade e molti punti di partenza differenti e l’organismo può pertanto percorrerne diverse. Le strutture organismiche sono inoltre stratificate.

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T

Totalità

Terzo principio bionomico per cui la vita si può comprendere nel suo senso intrinseco solo come unità-totalità. Tutti gli organismi viventi sono delle strutture caratterizzate dalla totalità e dall’ordine bionomico. Ciò vale anche per l’essere umano a cui si devono applicare le classiche leggi della totalità. Secondo queste leggi, ogni atto psichico è contemporaneamente anche un atto corporeo. Le leggi del funzionamento vitale sono leggi di quella struttura unitaria-totalitaria che non può più essere chiamata “mente-corpo”, ma “organismo”. Nell’organismo la totalità è presente fin dai primi momenti della vita e viene mantenuta nonostante tutte le divisioni e gli smembramenti a cui l’organismo può andare incontro.

Training autogeno

Tecnica della psicoterapia bionomico-autogena creata da Schultz (1932) che, attraverso l’allenamento alla concentrazione passiva (Schultz, 1966; Luthe, 1970) ed all’accettazione passiva (Luthe, 1970), permette la realizzazione di uno specifico stato di coscienza chiamato stato autogeno, stato caratterizzato dall’autoregolazione autogena delle funzioni affettive e neurovegetative di base e dall’espansione progressiva del campo di coscienza, che consente l’accesso a un processo di cambiamento evolutivo epigenetico conforme alla realizzazione del piano di vita del soggetto (Schultz, 1951; Orrù, 2013). Tale definizione, ispirata ai lavori di Wallnofer (1986) e di Widmann (2005), integra senza perderla l’originaria definizione psiconeurofisiopatologica del training autogeno di Schultz (1966) e di Luthe (1969) in una nuova definizione che inserisce in sé anche gli aspetti psicoterapeutici bionomici (Schultz, 1951, 1955; Widmann, 2005; Orrù, 2007, 2013). In tal modo, pur restando identico il modo di proporre la tecnica, ne viene estesa la possibilità di applicazione non solo ai disturbi psicosomatici, ma anche alle organizzazioni nevrotiche e, con opportune modifiche del setting, anche a quelle psicosomatiche, borderline e psicotiche. Nei più recenti aggiornamenti il training autogeno è equiparato anche a un processo rituale organismico di iniziazione che favorisce il passaggio e l’accesso a all’inconscio mnemico (Orrù, 2013, 2014). Questa visione teorica consente una migliore utilizzazione del training autogeno nella ricerca del senso in psicoterapia.

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