Sindrome somatica funzionale e training autogeno: nuovi sviluppi nella ricerca psicofisiologica

Che cosa è la sindrome somatica funzionale?

La sindrome somatica funzionale raggruppa un insieme di sindromi che hanno un’origine medica sconosciuta (Wessely et al., 1999). Tra le più conosciute ricordiamo la sindrome da colon irritabile, la dispepsia funzionale, la sindrome fibromialgica, la sindrome da fatica cronica e molte altre. Esse sono caratterizzate da una notevole sovrapposizione tra i sintomi che le compongono (Nimnuan et al., 2001). Per darne una definizione che le accomuni potremo definirla come costituita da “diverse sindromi correlate che sono caratterizzate da più sintomi, sofferenze e disabilità che da dimostrabili anormalità di funzione o di struttura malattia-specifiche” (Barsky e Borus, 1999).

La patogenesi è conosciuta?

Se la patogenesi è scarsamente compresa, essa appare anche fortemente correlata con fattori di tipo psicosociale (Wessely et al., 1999). Infatti i sintomi funzionali della sindrome sono cronicamente mantenuti, prolungati e peggiorati da ansia e depressione (Henningsen et al., 2003) e la disregolazione del sistema nervoso autonomo sembra avere un ruolo importante nello sviluppo patologico della sindrome (Tak e Rosmalen, 2010), così come anche difetti dell’autoregolazione dell’asse ipotalamico adrenalinico-pituitarico (Tak et al., 2011).  Da queste considerazioni nell’approccio alla ricerca sembra oggi prevalere un atteggiamento multifattoriale che includa sia aspetti oggettivi che soggettivi, anche quindi di tipo psicologico.

La disregolazione del sistema nervoso autonomo

Si è detto che da un punto di vista più psicofisiologico, la disregolazione del sistema nervoso autonomo sembra essere un fattore importante  nello sviluppo patologico della sindrome. Un gruppo di studio del Dipartimento di Medicina Psicosomatica della Kansai Medical University di Osaka in Giappone (Kanbara et al., 2004) ha scoperto in diverse ricerche non solo una risposta psicofisiologica più bassa allo stress acuto rispetto ai controlli sani, ma anche una sorta di labilità autonomica per cui era possibile individuare due sottogruppi di pazienti (quelli a bassa ed alta labilità autonomica) (Kanbara et al., 2007). Utilizzando il cortisolo salivare come marker del funzionamento dell’asse adrenalinico-pitiuitarico, questo gruppo di ricerca (Mutsuura et al., 2009) ha scoperto che una disfunzione di questo asse ipofisario potrebbe essere il responsabile del persistere dei sintomi della sindrome somatica funzionale.

La recente identificazione dell’amilasi salivare come marker più efficace dell’attività simpatica rispetto al cortisolo salivare, ha permesso di dimostrare l’esistenza di livelli significativamente più alti di amilasi salivare nei pazienti con sindrome somatica funzionale rispetto ai controlli sani (Kiba et al., 2013, 2015).

Training autogeno, attività nervosa autonomica e sindrome somatica funzionale

Come si sa, da tempo sono state studiate le relazioni psicofisiologiche tra training autogeno e sistema nervoso autonomo (Schultz e Luthe, 1969), che ne hanno evidenziato l’efficacia nell’autoregolazione del sistema autonomo (Oka et al., 1994; Mitani et al., 2006) e nell’alleviare i sintomi fisici associati all’ansia e alla depressione (Matsuoka et al., 2012). Precedenti studi avevano già evidenziato la sua efficacia clinica nel migliorare il tono umorale, la cefalea tensiva, l’ipertensione essenziale media e moderata e la malattia coronarica (Stetter e Kupper, 2002). Rispetto alla sindrome somatica funzionale molti studi hanno anche evidenziato dei cambiamenti prodotti nell’ambito sintomatologico e clinico dei diversi tipi di sindrome somatica funzionale, come per esempio nella sindrome del colon irritabile (Shinozaki et al., 2010), nella fibromialgia (Keel et al., 1998) e nella cefalea tensiva (Zitman et al., 1992; Zsombok et al., 2003). In tutti questi casi la clinica oggi riserva a questo metodo un ruolo complementare rispetto agli interventi  primari di tipo farmacologico.

Recenti sviluppi nelle ricerche su training autogeno e sindrome somatica funzionale

Appaiono oggi particolarmente interessanti gli sviluppi attuali evidenziati dal gruppo del Dipartimento di Medicina Psicosomatica della Kansai Medical University utilizzando l’amilasi salivare come marcatore del funzionamento dell’attività simpatica e parasimpatica nella sindrome somatica funzionale. Questo marcatore ha il pregio di dare una misura che vale per il momento e di essere non invasiva. Questo gruppo di ricerca (Kiba et al., 2015) ha scoperto innanzitutto che i livelli di amilasi salivare rilevati nei pazienti con sindrome somatica funzionale prima della somministrazione della prima sessione di allenamento con il training autogeno erano significativamente più alti rispetto ai controlli, a indicare in accordo con precedenti ricerche che il sistema nervoso simpatico in questi pazienti è sotto sforzo (Kiba et al. 2013; Tak e Rosmalen, 2010). Pertanto sembra che un sistema simpatico in elevato sovraccarico, come misurato dall’amilasi, può essere associato a sindrome somatica funzionale.

Nello studio del gruppo giapponese di ricerca, la prima sessione di allenamento era costituita da due esercizi di tre minuti ciascuno intervallati da una pausa di due minuti preceduta dalla misurazione dell’amilasi salivare. Dopo la sessione con il training autogeno a entrambi i gruppi è stata nuovamente misurata l’amilasi salivare, che è risultata significativamente più bassa di livello rispetto al baseline sia nel gruppo sperimentale che nel gruppo di controllo. Ciò ha condotto i ricercatori giapponesi a concludere che non solo il training autogeno attenua la disregolazione del sistema nervoso autonomo in pazienti con sindrome somatica funzionale, ma anche che l’amilasi salivare può essere un utile indice di cambiamento indotto dal training autogeno in pazienti con sindrome somatica funzionale.

Sulla scia di queste ricerche in un altro studio (Kiba et al., 2017) lo stesso gruppo ha confermato gli stessi risultati dello studio precedente ed ha scoperto in modo significativo che la pratica continuativa a domicilio del training autogeno per almeno un mese ha contribuito a migliorare la disregolazione del sistema nervoso autonomo, come testimoniato, anche qui, dall’abbassamento significativo dell’amilasi salivare nel gruppo sperimentale di pazienti con sindrome somatica funzionale rispetto ai controlli, ma anche migliorare la tensione-ansietà e i sintomi somatici di questi pazienti.

Considerazioni e conclusioni

I risultati veramente interessanti di queste importanti ricerche meritano alcune considerazioni, soprattutto sul piano dell’applicabilità psicoterapeutica. Come si sa, in psicoterapia bionomica questi effetti benefici del training autogeno, sono soltanto una parte, comunque importante, degli effetti generali della psicoterapia. Infatti essi vengono integrati all’interno di un lavoro di elaborazione analitica di tutti i vissuti somatici e immaginativi prodotti autogenamente durante l’esecuzione degli esercizi.

In psicoterapia bionomica è fondamentale salvaguardare il cosiddetto “principio autogeno”, condizione per cui in essa durante l’esecuzione degli esercizi, compreso il primo effettuato nell’ambulatorio dello psicoterapeuta, non si usano registrazioni o video per condizionare il paziente, e lo stesso psicoterapeuta esce dall’ambulatorio per non condizionare il terapeuta anche solo con la sua presenza. Schultz (1966) affermava che tutto ciò che ottenibile con l’ipnosi si può ottenere con il training autogeno, ma il training autogeno lo ottiene per via concentrativa, non per via suggestiva. Ciò non toglie niente al condizionamento, neanche a quello ipnotico, che restano comunque importanti processi terapeutici, ma diversi da quello autogeno.

In ambito psicoterapeutico bionomico risulta fondamentale la ricerca citata del 2017 di Kiba e coll. poiché sottolinea un uso continuativo del training autogeno, che mira a un cambiamento globale, olistico direbbe qualcuno, della personalità. È infatti questa utilizzazione, più che il singolo esercizio mirato alla modifica del sintomo, che auspichiamo. Questa utilizzazione conduce all’introspezione da parte del soggetto della sua interiorità e lo allena ad esaminare ed elaborare analiticamente i suoi vissuti soggettivi. Tutto ciò comunque non esclude, e anzi lo include, l’effetto spontaneo e benefico del singolo esercizio sui singoli sintomi, che autogenamente  il paziente ne ricava.

(a cura di Walter Orrù)